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Da dove vengono i manager migliori?
"Tradizionalmente, le multinazionali hanno reclutato la maggior
parte dei top executive nel Paese della casa madre", sostiene
Moore.
"Le aziende oggi riconoscono che questa prassi produce una
scarsità di candidati e può demoralizzare i dipendenti
stranieri ad alto potenziale che vedono le proprie carriere limitate
dall'elemento della nazionalità. Nel momento in cui le aziende
passano da un approccio 'nazionale' a uno multinazionale, fino a
uno pienamente transnazionale, devono adottare nuove soluzioni".
Secondo lo studioso, il fattore più importante per i manager
globali è la capacità di lavorare al meglio e con
creatività con persone provenienti da culture diverse. Infatti,
le aziende globali si trovano a interagire con clienti di tutte
le parti del mondo, con la necessità, quindi, di considerare
le peculiarità di ciascuna cultura.
Ciò che invece frena i manager delle superpotenze economiche
è, per assurdo, proprio il successo dell'economia domestica.
Ma questo può ingenerare nei manager una sorta di "chiusura",
che li porta a pensare che il modo di condurre business nel proprio
Paese sia l'unico giusto.
Invece, i Paesi di media ricchezza, e le loro aziende, sono strutturalmente
portati a confrontarsi con le altre culture, guidati in tal senso
dalla necessità di superare i propri confini.
Forti influenze esterne ed un deciso pluralismo linguistico e culturale
(presente nei paesi nominati all'inizio dell'articolo come Olanda
e Singapore, Canada e Belgio) portano le persone, fin da piccole,
a comprendere la necessità dell'interazione con culture diverse.
E questo, conclude Moore, prepara efficacemente gli executive ad
una vita da global manager.
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